I Falò di San Giuseppe e la Rinascita della Primavera..

di Rosanna Gaddi

Questo inverno è stato un Signor Inverno, rigido, con un bel po’ di neve e strade gelate. Ha messo a dura prova Madame Natura, che, nonostante tutto, ci meraviglierà con la sua encomiabile volontà di superare le difficoltà e si rinnoverà dando prova ancora una volta del nostro passaggio precario sulla terra e della sua certa eternità. Benché la produzione agricola in alcune zone del nostro bel Paese sia stata messa in ginocchio, siamo certi che il sole farà il suo lavoro e riuscirà a risvegliare la terra e i suoi semi, o perlomeno siamo speranzosi.

Il passaggio dall’Inverno freddo e improduttivo alla stagione simbolo di vita e rinascita, la Primavera, si saluta con un rituale arcaico e pagano, che si fonda e si compenetra con un ricordo religioso dell’accensione dei falò. I falò illuminano e riscaldano la notte antecedente l’equinozio e le vigilie di alcune festività. Sono nati precedentemente la diffusione del cristianesimo, fondendosi ai riti romani e celtici delle cadenze calendariali vicine ai due solstizi.

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Il rito della “Vampa di San Giuseppe è una delle  testimonianze del passaggio di elementi pagani nella religiosità popolare, elementi che sono stati assorbiti e risignificati in funzione del culto cristiano. Le origini della festa di San Giuseppe risalgono al 300 d.C.. Papa Sisto IV inserì la festa nel calendario a partire dal 1479. Nella tradizione popolare, infatti, il fuoco costituisce un’offerta al Santo che patì il freddo nella grotta di Betlemme, bruciò il suo mantello e andò di casa in casa a alla ricerca di un po’ di brace per riscaldare il Bambino Gesù e la Madonna. La coppia dei giovani sposi si vide rifiutata la richiesta di un riparo per il parto. Questo atto, che viola i due sacri sentimenti dell’ospitalità e dell’amore familiare, viene ricordato in molte zone di Italia anche con l’allestimento di un banchetto dedicato, appunto, ai più bisognosi. 

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Nelle zone rurali la Festa di San Giuseppe era anticipata negli ultimi tre giorni di febbraio e i primi tre di marzo dalla “I lumi di marzo” con l’accensione di grandi fuochi per propiziarsi quel mese. Si ritiene, infatti, che possa risalire addirittura a una delle feste più importanti dell’antica Roma di Costantino, fra il 311 e il 312, in occasione della quale veniva invocato il “Sol Invictus”, appunto la festa della vittoria della luce e della primavera sull’oscuro inverno. L’accensione dei Fuochi nasce nelle campagne da esigenze pratiche come quelle di bruciare gli arbusti della potatura e il residuo del raccolto dei campi. Dal ‘700 in poi in ogni piazza e campagna di Italia (ma anche in alcune regione del resto dell’ Europa) enormi cataste di legna e rovi secchi vengono accesi affidando al fuoco abbondanza del raccolto, benessere degli uomini e degli animali, prosperità e fertilità, rigenerazione, crescita, affidando inoltre il compito di allontanare il male e gli elementi negativi, dando vita così ai riti di purificazione agraria, associandola alla celebrazione del Santo. Il “Fuoco” rappresenta simbolicamente la distruzione di tutto ciò che angoscia una comunità come la fame, la malattia, la morte. Per questo motivo spesso sui roghi vengono bruciati fantocci, streghe, effige della Morte fatte di paglia.

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La Festa di San Giuseppe sarebbe dunque legata o alle “Liberalia e Baccanali” che venivano celebrate a Roma in onore del dio del vino e della dea del grano, offrendo frittelle di frumento fritte nello strutto e intinte nel miele; oppure alla leggenda secondo cui San Giuseppe, per mantenere la famiglia in Egitto, si sarebbe messo a vendere frittelle, diventando il santo della famiglia, protettore dei poveri e degli abbandonati, celebrato per la festa del papà.

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