La storia della neve…

                                                                                                                                   di Rosanna Gaddi

Nevica.

Il candore della neve mette pace e serenità.

2

Se per un attimo ci lasciamo prendere dallo sconforto per le difficoltà pratiche a cui potremmo andar incontro con le strade innevate, è pur vero che subito dopo ci facciamo rapire dal silenzio e dallo stupore.Quando sono queste le temperature delle giornate, in cucina si preparano cibi che infondono tepore e morbidezza. Si pensa subito ai tortellini in brodo, alla polenta, alla cioccolata calda!

E se invece facessimo il contrario e con un salto temporale pensassimo all’ estate e a qualcosa che solo simbolicamente ricorda la neve? E se pensassimo al gelato o alla granita?Fino ai primi decenni del ‘900, nella zona di Reggio Calabria, in Aspromonte, esisteva il commercio della neve, che veniva raccolta d’inverno e conservata in fosse profonde, per essere poi commercializzata tutto l’anno, ma soprattutto in estate, stagione in cui era molto richiesta, per essere usata come refrigerio nelle afose giornate di luglio e agosto.

La neve nell’ 800 veniva venduta ed essendo di proprietà dello Stato il suo profitto era disciplinato da leggi e prezzi imposti. Non solo in Calabria, ma anche nella nostra vicina Avellino e in tutto il territorio dell’Alta Irpinia, toccava disciplinare la somministrazione della neve alla popolazione durante i periodi estivi. Da qui l’obbligo per chi ne aveva l’appalto a non rimanere mai sprovvisto del “prodotto” naturale.

La neve veniva consumata per scopi gastronomici a uso alimentare, con la preparazione di sorbetti o limonate, o serviva per uso medico terapeutico (come per le emorragie delle partorienti), ma, purtroppo, i fruitori erano solo notabili ed ecclesiastici che potevano permettersi questo lusso. Nelle zone provviste di fitta vegetazione si predisponevano capienti neviere scavate nel terreno e rivestite di foglie. La neve manteneva così una temperatura sotto zero e si conservava per tutto il periodo estivo. Persino la toponomastica stradale teneva conto di questo commercio, infatti, al centro del capoluogo irpino, vi era il Vicolo della Neve per la presenza di una bottega addetta alla vendita della neve.

Le stesse usanze calabresi e avellinesi vennero fatte proprie da siciliani che la rivendevano addirittura ai Cavalieri di Malta, dove era considerata un bene di lusso. Intorno agli anni trenta con l’invenzione delle fabbriche del ghiaccio come quella di Mola di Bari, l’unica rimasta in Puglia, o nel sienese, o l’ultima aperta lo scorso anno a Quarto d’Altino, i venditori di neve cominciarono a diminuire e molti posti di lavoro furono tagliati.L’uomo alla ricerca della candida neve sugli acrocori era così scomparso.Gli anziani raccontano che aspettavano la neve per mangiare la granita col vino cotto e che questo calice bianco di neve schizzato di inebriante vino rosso li rendeva magicamente pari ai ricchi, poichè, un tempo, il gelato era cosa fuori dalla portata di molti, soprattutto in aree rurali e di montagna dove la vita era fatta di cose assai semplici.

1

Ecco che un dono del cielo appianava per un attimo le differenze sociali ed economiche e rallegrava le faticose e grigie giornate.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *